La teoria del passaggio (gateway theory): mito o realtà?

La cosiddetta teoria del passaggio (in inglese gateway theory o stepping stone hypothesis) è la teoria in base alla quale il consumo di cannabis e derivati costituirebbe una sorta di cancello d’accesso privilegiato per il successivo utilizzo di droghe pesanti, quali cocaina ed eroina.
Questa teoria, periodicamente ripresa e utilizzata a sostegno delle posizioni proibizioniste, non sarebbe basata in realtà su alcun fondamento scientifico: nessuno degli studi pubblicati finora nella letteratura scientifica è stato in grado di dimostrare una correlazione univoca, un rapporto causa/effetto tra l’utilizzo delle cosiddette droghe leggere, come i derivati della canapa, e il successivo passaggio alle droghe pesanti. Sono emersi, piuttosto, altri tipi di correlazione, che tengono conto dei condizionamenti ambientali e del substrato culturale ed emotivo degli utilizzatori.
In altre parole, come già riportava Arnao (medico e padre dell’antiproibizionismo in Italia) nel suo libro “Cannabis, uso e abuso”, l’eventuale passaggio non è dovuto a caratteristiche intrinseche della sostanza, quanto “a una serie di variabili collegate al contesto psicologico e sociale”.

Ma allora perché questa teoria del passaggio continua a rappresentare un cavallo di battaglia nel dibattito tra proibizionisti e fautori della liberalizzazione della cannabis?

Vale la pena fare un tuffo nel passato per comprendere l’origine della teoria del passaggio, che prese piede negli Stati Uniti alla fine dell’epoca proibizionista, negli anni ‘30 del secolo scorso. Nel 1937 fu emanato dal presidente Roosevelt il Marijuana Tax Act, che impediva il commercio e la coltivazione della canapa, anche a scopo medicinale. Di lì a poco (1941), la Cannabis scomparve dalla Farmacopea Statunitense – e, a ruota, dalle altre farmacopee occidentali – e la ricerca scientifica su questa sostanza fu bruscamente interrotta.

Uno dei paladini della lotta alla cannabis, colui che influenzò pesantemente le decisioni prese dal governo dell’epoca, fu Henry Anslinger, ispettore del Federal Bureau of Narcotics – già in precedenza distintosi per la strenua lotta contro l’utilizzo degli alcoolici. Famose sono le sue dichiarazioni davanti al Congresso degli Stati Uniti – in fase di discussione sull’approvazione o meno della sopra citata legge – in cui asseriva la pericolosità della marijuana e descriveva gli utilizzatori come persone violente, responsabili dei peggiori crimini che affliggevano la società dell’epoca (furti, stupri, omicidi ecc). Ebbene, quando uno dei deputati gli chiese se effettivamente il consumo di marijuana portasse al successivo utilizzo di eroina, oppio o cocaina, Anslinger rispose di non aver mai sentito nulla in proposito, asserendo si trattasse di categorie di persone completamente diverse: “C’è una categoria completamente nuova che usa la marijuana. Quelli che usano l’oppio hanno dai 35 ai 40 anni, mentre chi fa uso di marijuana ha intorno ai 20 anni e non conosce nulla di eroina o morfina”.
Per inciso, nel 1944, fu pubblicato il famoso “Rapporto La Guardia” – dal nome dell’allora sindaco di New York, che l’aveva fortemente sponsorizzato – dove venivano smentiti tutti gli argomenti a sostegno della proibizione dell’uso della marijuana, compresa la teoria del passaggio.

Ciononostante, 18 anni dopo quelle famose dichiarazioni presentate al Congresso, Anslinger – che non aveva ceduto di un passo nella battaglia contro la marijuana – fece un deciso cambio di rotta sulle proprie posizioni: nel corso del dibattito parlamentare per l’approvazione della legge sui narcotici, nel 1956, lasciò da parte le argomentazioni sulla criminalità e pose l’accento sul pericolo del passaggio dal consumo di derivati della cannabis all’eroina. Così rispose alle domande dei senatori in merito alla pericolosità della marijuana: “La marijuana non rappresenta un fattore determinante nella criminalità, ma se usata per un lungo periodo essa può portare all’eroinomania”.

Forse riesce difficile pensare che un solo uomo abbia potuto condizionare il pensiero di un intero Congresso di Senatori – e da lì il pensiero di generazioni – ma dobbiamo tenere presente il contesto in cui queste decisioni furono prese: la criminalità prima, e il dilagare del consumo di eroina poi, rappresentavano sfide ardue e importanti da risolvere – e, come sempre in questi casi, il primo passo è la ricerca del colpevole e l’illusione che eliminandolo possa tornare tutto sotto controllo. In più, c’era assoluta carenza di studi scientifici robusti che confutassero i timori e i pregiudizi della classe dirigente e del pensiero comune.

Bisogna attendere un ventennio perché si assista ad un graduale processo di riabilitazione della cannabis – o per lo meno, perchè riprenda la pubblicazione di studi scientifici che indaghino in modo più sistematico gli effetti della pianta e pongano le basi per distinguere quali siano i fatti e quali i miti che ne circondano la storia e l’utilizzo.
A tal proposito, alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, viene pubblicato un testo, “Marijuana myths, marijuana facts. A review of scientific evidence” -tradotto alcuni anni dopo anche in italiano, con il titolo di “Marijuana. I miti e i fatti”. In questo libro gli autori, Lynn Zimmer (sociologa) e John Morgan (farmacologo), analizzano in modo rigoroso molti degli argomenti tuttora oggetto di dibattito in tema di legalizzazione o meno delle droghe leggere. Uno di questi è proprio la teoria del passaggio, che, curiosamente, nei decenni successivi alla legge sui narcotici del 1956, era stata declinata in modo diverso e in qualche modo “adattata” alla concomitante diffusione dell’una o dell’altra droga pesante: negli anni Sessanta la marijuana sarebbe stato preludio all’uso di LSD, nel decennio successivo all’eroina, negli anni Ottanta alla cocaina e così via.
Eppure, dicono i due autori, i dati a disposizione sulla diffusione delle droghe pesanti nel corso di quei decenni non avvalorano questa teoria: sulla base dei risultati di un’indagine condotta dal National Household Survey on Drug Abuse – ente di riferimento americano sull’andamento statistico del consumo di droghe, tabacco e alcool – emerge come, laddove negli anni 60-70 era aumentato l’utilizzo di Marijuana, quello dell’eroina risultava parallelamente diminuito; quando l’uso di marijuana era diminuito, negli anni 80, quello di eroina era rimasto pressoché invariato.

Nel 2010, un articolo pubblicato sulla rivista Drug and Alchool Dipendence ha riportato i risultati provenienti da indagini che hanno coinvolto 17 paesi del mondo in merito all’effetto di tabacco, alcool e cannabis sul successivo eventuale passaggio a droghe pesanti. Gli autori hanno confermato l’impossibilità di stabilire una inequivocabile sequenza temporale tra due i eventi, sottolineando come l’incidenza di numerosi fattori – culturali, sociali, ambientali, indipendenti dalla sostanza di per sé – possa influenzare il passaggio dalle droghe leggere a quelle pesanti.

Lo stesso sito del National Institute on Drug Abuse riporta come, sebbene alcune ricerche suggeriscano che la marijuana possa in effetti precedere l’abuso di altre sostanze illegali, ciò non rappresenti tuttavia una necessaria conseguenza. Anzi, secondo il Rapporto di Ricerca sulla Marijuana, pubblicato dallo stesso ente nel 2020, la maggior parte degli utilizzatori di derivati della cannabis non si dimostra propensa al passaggio verso droghe pesanti. Gli autori riportano come sia necessario individuare, piuttosto che i meccanismi biologici, gli aspetti sociali e ambientali realmente correlati al rischio di abuso di stupefacenti: un’alternativa alla teoria del passaggio, infatti, è rappresentata dall’osservazione che le persone più vulnerabili inizino a far uso di marijuana, alcool e tabacco semplicemente perché più facilmente reperibili – e in un secondo momento, a fronte di un disagio non risolto e del contatto con ambienti di utilizzatori di droghe pesanti, passino al consumo di queste ultime.

Questa posizione fa eco ad un’altra teoria, che a questo punto vale la pena ricordare: si tratta della cosiddetta “Strain Theory” (Teoria della tensione), sviluppata nel 1992 dal sociologo Robert Agnew. Secondo lo studioso, esistono tre tipi di “tensioni” (intese come agenti stressogeni) che, se non adeguatamente elaborate, possono portare ad atteggiamenti violenti e/o al consumo e all’abuso di droghe:
fallimento nel raggiungere obiettivi prefissati
perdita o assenza di stimoli positivi (dalla scuola, dalla famiglia, dall’ambiente lavorativo)
presenza di stimoli nocivi (dolore, sofferenza, angoscia)

In altri termini, la concomitanza di uno o più di questi fattori può, soprattutto in individui giovani e fragili, aprire le porte al consumo di sostanze d’abuso, nel tentativo di “correggere” stati emotivi, altrimenti difficilmente sopportabili.

In conclusione, ci pare opportuno ricordare quanto riportato dal farmacologo canadese Ronald Siegel – citato dallo stesso Arnao – su come le sostanze psicoattive siano da sempre utilizzate dall’uomo come “agenti adattogeni”, che aiutano gli individui a far fronte a una serie di esigenze esistenziali – siano esse di origine religiosa o sociale: non necessariamente una fuga dalla realtà, dunque, ma un modo per affrontarla quando non si hanno (o si pensa di non avere) altri mezzi per farlo. Non solo, la sostanza psicoattiva può rappresentare – beninteso, quando consumata in modo controllato – un’evasione temporanea dai ritmi quotidiani, una sorta di ricarica periodica (non a caso Arnao la paragona al Carnevale o ad altri momenti della cultura popolare legati al “lasciarsi andare”).

Se dunque consideriamo la storia delle sostanze psicoattive e il loro utilizzo secolare nelle diverse tradizioni popolari pressoché ovunque nel mondo, pare difficile illudersi di poterne eradicare l’uso con leggi e punizioni indiscriminate.

Ben lungi dal voler o poter trarre conclusioni su un dibattito che dura da quasi un secolo, l’auspicio resta quello di saper affrontare la questione nel modo più oggettivo possibile, spingendo da un lato sull’acquisizione di dati scientifici sempre più solidi e affidabili, dall’altro sugli aspetti sociali e culturali che permettano di distinguere l’uso occasionale dall’abuso – e dal pericolo che da quest’ultimo deriva.

BIBLIOGRAFIA

-G.Arnao, Cannabis: uso e abuso. Stampa Alternativa, 2005

-C.Ciapanna, Marijuana e altre storie.

-Exposing Marijuana Myths: A Review of the Scientific Evidence Paperback – January 1, 1995
L. Zimmer, P.Morgan

-U.S. Department of Health and Human Services, National Household Survey on Drug Abuse: Main Findings 1990; U.S. Department of Health and Human Services, Preliminary Estimates from the 1993 National Household Survey on Drug Abuse.
https://www.datafiles.samhsa.gov/dataset/national-household-survey-drug-abuse-1993-nhsda-1993-ds0001

-National Institute on Drug Abuse – Marijuana Research Report, July 2020.
https://www.drugabuse.gov/publications/research-reports/marijuana/marijuana-gateway-drug

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Building on the Foundation of General Strain Theory: Specifying the Types of Strain Most Likely to Lead to Crime and Delinquency
Robert Agnew
https://www.researchgate.net/publication/249683951_Building_on_the_Foundation_of_General_Strain_Theory_Specifying_the_Types_of_Strain_Most_Likely_to_Lead_to_Crime_and_Delinquency

L’AUTRICE:

Sonja Bellomi, laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, con PhD in Scienza delle Sostanze Bioattive.

Si occupa di formazione professionale e divulgazione scientifica.

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