THC e CBD: caratteristiche e meccanismo d’azione

Ad oggi nella cannabis sativa sono stati identificati o isolati 565 composti naturali, di cui più di 150 terpeni e circa 120 cannabinoidi: tra questi ultimi, i più conosciuti e studiati sono il tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD) cannabidiolo (CBD). 

Proviamo a conoscerli meglio e a capire come agiscono nel nostro corpo.


CBD e THC: il buono e il cattivo?

Scoperti rispettivamente nel 1940 e nel 1942, CBD (cannabidiolo) e THC (delta9-tetraidrocannabinolo) sono i componenti della cannabis più studiati e analizzati in relazione agli effetti sul corpo umano.Il THC risulta prevalentemente concentrato nelle foglie della pianta femmina di cannabis ed è il responsabile dell’effetto psicoattivo; il CBD, invece, è privo di azione stupefacente (ma ha effetti psicotropi: agisce a livello centrale): per questa ragione il THC si è guadagnato la fama di sostanza potenzialmente pericolosa, collegata esclusivamente agli effetti stupefacenti della cannabis e utilizzata come spartiacque per distinguere la cannabis legale da quella illegale.  Ciononostante, il THC è stato ed è tuttora oggetto di numerosi studi volti a individuarne e definirne le potenzialità terapeutiche. >Ma in che modo può una sostanza psicoattiva e stupefacente (THC), spesso usata a fini puramente ricreativi, rappresentare anche un potenziale trattamento terapeutico?  Per comprenderlo, dobbiamo fare un passo indietro e scoprire come le sostanze attive, compresi i cannabinoidi, agiscono all’interno del corpo umano.

“THC e CBD agiscono in modo analogo: esistono nel nostro corpo dei recettori specifici, cui i cannabinoidi si sono in grado di legarsi, generando una serie di reazioni fisiologiche. ”

Il meccanismo dei recettori nel corpo umano

Per capire come agiscono i cannabinoidi occorre portare l’attenzione su come vengono gestite le informazioni all’interno del nostro corpo – sia che esse derivino da molecole endogene (ossia prodotte dal corpo umano) sia che derivino da molecole esogene (ossia introdotte dall’esterno). Uno dei meccanismi con cui l’informazione si propaga da un distretto all’altro del corpo è quello del legame con i cosiddetti recettori, strutture proteiche che si trovano sulla superficie delle cellule. Il legame molecola-recettore può essere ben rappresentato dall’immagine chiave-serratura: la molecola – che può essere un neurotrasmettitore, un ormone, un farmaco ecc. – è la chiave, il recettore è la serratura che deve essere aperta. Se la chiave è quella giusta, la porta si apre e si innescano una serie di reazioni chimiche che generano la risposta finale. È come trovarsi di fronte a un domino: la porta muove la prima tessera, questa muove la successiva e così via, fino all’effetto desiderato (che può essere la contrazione di un muscolo, la produzione di un ormone come l’insulina, lo stimolo di un neurone e così via). Come per tutte le serrature, esistono chiavi specifiche, passe-partout e chiavi che non entrano – oppure entrano ma bloccano la serratura senza aprire la porta:  se la molecola in questione è in grado di aprire la serratura (=legarsi al recettore), si parla di molecola AGONISTA; se blocca la serratura (=impedisce che il recettore si leghi alla molecola giusta) agisce invece da ANTAGONISTA; se si lega ma non è in grado di innescare perfettamente l’effetto domino descritto sopra, si parla di AGONISTA PARZIALE – in pratica, la risposta cellulare si genera, ma è meno efficace rispetto a quella che si avrebbe con un agonista puro. se infine si lega, ma genera l’effetto opposto rispetto a quello dell’agonista, si parla di AGONISTA INVERSO Per fare un esempio pratico, l’insulina, l’ormone che regola il livello di zucchero nel sangue, agisce proprio in questo modo: quando i livelli di zucchero aumentano, il pancreas produce insulina, la quale si lega a specifici recettori presenti sulle cellule del corpo e le stimola ad assorbire lo zucchero circolante (che verrà poi utilizzato per il metabolismo cellulare). L’insulina che le persone affette da diabete assumono come farmaco si comporta da agonista nei confronti dei medesimi recettori, mimando l’azione dell’insulina endogena, che non viene prodotta a sufficienza dal pancreas.THC e CBD agiscono in modo analogo: esistono nel nostro corpo dei recettori specifici, cui i cannabinoidi si sono in grado di legarsi, generando una serie di reazioni fisiologiche.  Ma se esistono dei recettori specifici per i derivati della cannabis, significa quindi che anche il nostro corpo produce delle sostanze cannabinoidi? La risposta è affermativa: si tratta del cosiddetto Sistema endocannabinoide (ECS), scoperto proprio durante le fasi di studio sul meccanismo d’azione del THC.

Il sistema endocannabinoide (ECS)

Il sistema cannabinoide umano è costituito da una serie di recettori distribuiti sia a livello del Sistema Nervoso Centrale, sia negli organi periferici. La scoperta di questo sistema si deve al ricercatore israeliano Mechoulam – lo stesso che nel 1964 aveva caratterizzato il THC – che nel 1992 individuò il primo cannabinoide umano, l’anandamide, aprendo così la strada alla comprensione di un sistema fino ad allora sconosciuto.

 

L’ECS svolge funzioni essenziali all’interno del corpo umano: oggi si sa che, a livello centrale, esso regola la neurotrasmissione sinaptica, ossia la comunicazione tra neuroni nel loro punto di contatto (la sinapsi), sia di tipo eccitatorio che di tipo inibitorio. In altri termini, l’ECS agisce come un direttore d’orchestra, in grado di armonizzare l’azione di una serie di neurotrasmettitori – quali noradrenalina, dopamina, serotonina, GABA, Glutammato ecc. – e quindi il loro effetto fisiologico. Appare dunque evidente la ragione degli effetti cosiddetti “paradossi” attribuiti alla cannabis: la stimolazione di questo sistema-orchestra può provocare sia effetti eccitatori che inibitori.

 

Oltre che a livello centrale, il sistema endocannabinoide agisce anche a livello periferico, modulando funzioni immunitarie e infiammatorie. 

 

I recettori per i cannabinoidi ad oggi conosciuti e caratterizzati sono di due tipi:

 

Recettore CB1, presente ovunque nel sistema nervoso centrale, anche se maggiormente espresso a livello dell’amigdala, dell’ippocampo, della cortex, dei nuclei della base e del cervelletto. Esso è coinvolto nelle funzioni cognitive, nella motivazione, nella regolazione del dolore, nella memoria e nel controllo motorio. Il THC presenta maggiore affinità per i recettori di tipo CB1 – il che spiega gli effetti di questo cannabinoide sulla coordinazione motoria e sulla memoria a breve termine;

Recettore CB2, presente soprattutto sulle cellule immunitarie (linfociti), nel sistema nervoso periferico e su astrociti e microglia nel sistema nervoso centrale. La sua attivazione è associata a funzioni di protezione neuronale, alla risposta immunitaria e alla modulazione della risposta infiammatoria. Agonisti dei recettori CB2 sono stati sperimentati per il trattamento di patologie neurodegenerative, come l’Alzheimer e la malattia di Huntington – una patologia degenerativa del sistema nervoso centrale, caratterizzata da disturbi motori (movimenti bruschi e inconsulti), del comportamento (collera, irritabilità, depressione) e demenza progressiva.

 

Come per tutte le serrature, esistono chiavi specifiche, passe-partout e chiavi che non entrano – oppure entrano ma bloccano la serratura senza aprire la porta: 

-se la molecola in questione è in grado di aprire la serratura (=legarsi al recettore), si parla di molecola AGONISTA; 

-se blocca la serratura (=impedisce che il recettore si leghi alla molecola giusta) agisce invece da ANTAGONISTA;

-se si lega ma non è in grado di innescare perfettamente l’effetto domino descritto sopra, si parla di AGONISTA PARZIALE – in pratica, la risposta cellulare si genera, ma è meno efficace rispetto a quella che si avrebbe con un agonista puro.

-se infine si lega, ma genera l’effetto opposto rispetto a quello dell’agonista, si parla di AGONISTA INVERSO

 

Per fare un esempio pratico, l’insulina, l’ormone che regola il livello di zucchero nel sangue, agisce proprio in questo modo: quando i livelli di zucchero aumentano, il pancreas produce insulina, la quale si lega a specifici recettori presenti sulle cellule del corpo e le stimola ad assorbire lo zucchero circolante (che verrà poi utilizzato per il metabolismo cellulare). L’insulina che le persone affette da diabete assumono come farmaco si comporta da agonista nei confronti dei medesimi recettori, mimando l’azione dell’insulina endogena, che non viene prodotta a sufficienza dal pancreas.

 

THC e CBD agiscono in modo analogo: esistono nel nostro corpo dei recettori specifici, cui i cannabinoidi si sono in grado di legarsi, generando una serie di reazioni fisiologiche. 

Ma se esistono dei recettori specifici per i derivati della cannabis, significa quindi che anche il nostro corpo produce delle sostanze cannabinoidi? La risposta è affermativa: si tratta del cosiddetto Sistema endocannabinoide (ECS), scoperto proprio durante le fasi di studio sul meccanismo d’azione del THC.

 

Come agiscono THC e CBD sul sistema endocannabinoide?

Il THC si comporta da AGONISTA PARZIALE nei confronti dei recettori CB1 e CB2, generando effetti descritti come: -euforia -rilassamento -analgesia Dal punto di vista terapeutico, grazie alla maggiore affinità per il recettore CB1, il THC è stato studiato come analgesico, antiemetico e anticonvulsivante. Agendo da agonista parziale, ha mostrato, in alcuni test preclinici, meno tossicità (e quindi miglior profilo di sicurezza) rispetto a cannabinoidi di origine sintetica ad azione agonista pura – anche se i possibili effetti collaterali del THC continuano a destare preoccupazioni dal punto di vista dell’utilizzo come medicinale. A differenza del THC, il CBD mostra invece scarsa affinità per i recettori dei cannabinoidi, sia CB1 che CB2: la sua azione sul sistema endocannabinoide sarebbe di tipo indiretto, aumentando i livelli sierici di anandamide (il cannabinoide endogeno) e favorendone quindi il legame con i suddetti recettori. Secondo altri studi in vitro, invece, il CBD agirebbe da antagonista del recettore CB1 e da agonista inverso del recettore CB2.

THC e CBD: il futuro della ricerca

Nonostante la pessima (e immeritata) reputazione della Cannabis sativa, i fitocannabinoidi da essa derivati – con l’eccezione del THC – non sono sostanze stupefacenti: anzi, essi rappresentano una potenziale fonte di molecole ad azione terapeutica, sia sul sistema nervoso centrale (azione psicotropa) che sugli organi periferici. Inoltre, nonostante la maggior parte delle applicazioni terapeutiche oggetto di studio coinvolga il CBD, anche il THC, opportunamente dosato, potrebbe rappresentare una valida risorsa dal punto di vista medico. Ad oggi, THC e CBD sono stati studiati come: -analgesici -antiemetici -antinfiammatori -antiepilettici -neuroprotettori Purtroppo, mancano ad oggi studi scientifici approfonditi e rigorosi, che chiariscano i meccanismi d’azione dei cannabinoidi e ne confermino o smentiscano gli effetti terapeutici; gli stessi recettori dei cannabinoidi sono tuttora oggetto di studio e caratterizzazione e ancora poco si sa su come possano essere attivati o inibiti.  È una situazione quantomeno singolare, se si pensa all’uso millenario di questa pianta – sia a scopo ricreativo, che spirituale, che terapeutico – e alla disputa sempre accesa e quantomai attuale tra proibizionismo e liberalizzazione, che dovrebbe spronare i rappresentanti dell’una o dell’altra sponda a supportare le proprie posizioni con rigorosi dati scientifici alla mano. Infine, al di là delle convinzioni personali, risulterebbe quanto mai necessario approfondire gli aspetti riguardanti la sicurezza d’uso, soprattutto per quanto concerne gli effetti collaterali del THC, sia a breve che a lungo termine – che giustamente destano preoccupazioni sia dal punto di vista del libero consumo della cannabis che dal punto di vista di un suo utilizzo in ambito clinico. 

L’AUTRICE:

Sonja Bellomi, laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, con PhD in Scienza delle Sostanze Bioattive.

Si occupa di formazione professionale e divulgazione scientifica.

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