Cannabis: fatti o pregiudizi?

“Bisogna conoscere il passato per capire il presente e orientare il futuro” scriveva Tucidide, lo storico greco vissuto nel IV secolo a.C., autore del testo “La Guerra del Peloponneso” – una delle fonti più autorevoli cui gli storici moderni hanno attinto per conoscere la storia dell’antica Grecia.
Se questo vale per la storia, vale per qualsiasi cosa possieda una storia – e la cannabis ne possiede una lunghissima.

Se ci limitiamo al tempo presente, l’unica cosa che possiamo ottenere è un’istantanea della situazione attuale, col suo corollario di schieramenti pro e contro (la legalizzazione, l’utilizzo ricreativo, l’utilizzo terapeutico, la coltivazione ecc) e con un calderone di convinzioni in cui si mescolano indiscriminatamente quelle derivanti da evidenze scientifiche e quelle semplicemente aneddotiche.

Difficilmente però possiamo permetterci uno sguardo così limitato su una pianta che – citando il titolo di un noto testo di Ernest Abel – ha alle spalle “Dodicimila anni di storia”. Lo stesso autore sottolinea come “di tutte le piante che gli uomini hanno coltivato, nessuna è stata lodata e denunciata tanto spesso quanto la marijuana (Cannabis sativa). Nel corso dei secoli, la marijuana è stata esaltata come uno dei più grandi benefattori dell’uomo e maledetta come uno dei suoi più grandi flagelli. La marijuana è senza dubbio un’erba che è stata molte cose per molte persone”.

La cannabis arriva da un passato remoto e porta con sé un bagaglio di utilizzi rituali, religiosi, medici e, forse solo in ultima battuta, ricreativi. O meglio, prima dell’avvento della rivoluzione scientifica (XVII sec) e della separazione dei saperi, spiritualità (intesa come pratiche religiose, riti, momento di aggregazione) e medicina andavano a braccetto: questo dovrebbe costituire il primo motivo per cui non possiamo ragionare sull’eredità presente senza tener conto del passato.

Forse non tutti conoscono l’origine del termine marijuana: ebbene, secondo le fonti più accreditate, pare che esso fosse strettamente legato al tentativo, da parte della dirigenza americana negli anni del proibizionismo, di associare l’utilizzo della cannabis alla minoranza etnica messicana, con scopi dichiaratamente discriminatori.
In altre parole, l’intento era quello di far leva sulla diffidenza razziale, sul pregiudizio e sul sentimento di paura degli americani bianchi nei confronti degli immigrati messicani, attribuendo a questi ultimi i peggiori comportamenti sociali – compreso l’uso di sostanze stupefacenti pericolose, dalla cui diffusione occorreva difendersi. Il termine marijuana – usato dalle minoranze messicane e che richiamava sonorità latine – si sostituì così pian piano a quello botanico di cannabis.
Per inciso, è interessante notare che fino al 1900 negli Stati Uniti il problema cannabis non esisteva. Il consumo di derivati di questa pianta non era percepito né come problema etico né tanto meno di salute, anzi: la canapa era assai diffusa e coltivata in America, nonché prescritta dai medici dell’epoca come rimedio per numerosi problemi di salute.

C’è un personaggio che più di tutti si distingue in quegli anni di lotta dichiarata all’uso della cannabis: Harry Jacob Anslinger, che divenne ispettore del Bureau of Prohibition (Dipartimento della proibizione) pochi anni prima della fine del proibizionismo nei confronti degli alcolici (1933). Verrebbe maliziosamente da pensare che Anslinger, persa la battaglia contro l’alcool, avesse bisogno di un nuovo capro espiatorio: egli diede inizio a una vera e propria campagna mediatica diffamatoria nei confronti della marijuana, arrivando a soprannominarla “the killer weed”, l’erba che spinge a commettere omicidi.
Famosa è la sua dichiarazione pronunciata davanti ai membri del Congresso degli Stati Uniti nel 1937: “ci sono 100.000 fumatori di marijuana negli Stati Uniti, e la maggior parte sono negri, ispanici, filippini e gente dello spettacolo; la loro musica satanica, jazz e swing, è il risultato dell’uso di marijuana. Il suo uso causa nelle donne bianche un desiderio di ricerca di relazioni sessuali con essi (…) La marijuana è la droga che sta generando più violenza in tutta la storia del genere umano”.

Insomma, se si risale alle origini della questione, la lotta alla marijuana non nasce da preoccupazioni per la salute di chi ne faceva uso né tanto meno da evidenti prove scientifiche sui possibili effetti collaterali da essa provocati: nasce dalla precisa strategia di colpire una minoranza etnica che, tra le altre, aveva la colpa di fare uso di cannabis.

La conseguenza di quella dichiarazione – e della guerra alla cannabis ormai in atto – fu il Marijuana Tax Act, firmato nel 1937 dal presidente Roosevelt, che di fatto impediva il commercio e la coltivazione della canapa, anche a scopo medicale.
La cannabis finisce così nella stessa “lista nera” ove, dal 1914 (Harrison Act), erano contenuti anche oppio ed eroina.

Dagli Stati Uniti, il pregiudizio e l’atteggiamento di condanna nei confronti della cannabis si diffuse presto oltreoceano: nel 1941 la pianta scomparve dalla Farmacopea Ufficiale statunitense e di lì a poco anche dalle Farmacopee di quasi tutti i Paesi occidentali.
Questa scelta ebbe una ricaduta enorme dal punto di vista scientifico: non c’era più interesse a indagare effetti e potenzialità terapeutiche di una sostanza ormai proibita.

Al di là di poche isolate voci che spingevano a riconsiderare le posizioni ufficiali nei confronti della cannabis (una di esse è il famoso Rapporto La Guardia, pubblicato nel 1944 dell’allora sindaco di New York, che smentiva le argomentazioni a sostegno del proibizionismo), bisogna attendere 30 anni per assistere a un graduale processo di rivalutazione della pianta, soprattutto dal punto di vista dell’utilizzo terapeutico.

Senza voler scendere in dettagli che esulano dal presente articolo, vale la pena citare le parole di Lester Grinspoon, professore di psichiatria all’università di Harvard negli anni ‘70 del novecento, che, partito con l’intenzione di indagare i rischi del consumo di marijuana per supportare, dal punto di vista scientifico, la preoccupazione per la diffusione della sostanza tra i giovani, finì col riconsiderare le proprie idee, auspicando addirittura che, prove alla mano, il legislatore facesse marcia indietro, arrivando a legalizzarne il consumo. Così scriveva Grinspoon nel suo “Marijuana Reconsidered” (1971): “Non ero ancora al corrente della peculiare situazione che si crea intorno alle droghe illecite: sebbene esse non sempre spingano il consumatore ad agire irrazionalmente, di sicuro sollecitano molti non consumatori a comportarsi in quel modo”.

Peraltro, lo stesso Grinspoon critica la cosiddetta “gateway theory”, la teoria del “passaggio”, secondo cui la cannabis e le droghe leggere costituirebbero un ponte obbligato per il consumo di droghe pesanti: sin dagli anni ‘50 del novecento questa teoria, ancora oggi discussa ma non dimostrata, viene chiamata in causa per giustificare i divieti sul consumo di cannabis, anche se fatto a scopo terapeutico.

Si potrebbero citare molti altri documenti per esplorare a fondo la “storia della medicina proibita” (un altro famoso testo di Grinspoon), ma il discorso di fondo resta uno solo: il proibizionismo nei confronti della marijuana è una sorta di gigantesco calderone in cui sono confluite, per lo meno nell’ultimo secolo, convinzioni politiche, sociali, strategiche – e solo in ultima battuta scientifiche.

Ad oggi la situazione si presenta estremamente eterogenea: da un lato aumenta il volume di dati scientifici che avvalorano l’utilizzo della cannabis terapeutica per il trattamento di alcune patologie, dall’altro mancano ancora indagini accurate sugli effetti a breve e lungo termine dell’utilizzo della pianta (sia esso a scopo ricreativo o terapeutico). Sul piano politico e geografico, poi, il puzzle è quanto mai variopinto: alcuni Paesi si stanno aprendo all’utilizzo della cannabis terapeutica, ma sotto stretto controllo delle autorità sanitarie, in altri l’uso è considerato illegale ma è stato depenalizzato; altri ancora si stanno muovendo nella direzione della liberalizzazione.

Tralasciando momentaneamente le questioni politiche e sociali – che costituiscono comunque un’ampia parte del dibattito sulla marijuana – il pensiero si rivolge inevitabilmente all’altra grande questione, l’indagine scientifica.

Se la scienza non ha potuto essere il punto di partenza per un’analisi seria della “questione marijuana”, sarebbe auspicabile che costituisse almeno il punto di arrivo, l’elemento in grado di dirimere la questione in modo rigoroso e neutrale. Ancora meglio, potrebbe diventare il nuovo punto di partenza per comprendere a fondo rischi e potenzialità dell’utilizzo – ricreativo, sociale, terapeutico – di una pianta che di fatto ha accompagnato l’uomo attraverso millenni di storia. Troppi per poterci permettere di dimenticarla senza nemmeno conoscerla.

Nota: nell’articolo i termini cannabis e marijuana sono stati usati come sinonimi. La scelta è stata dettata dalla necessità di capire l’evoluzione del pregiudizio anche in termini di linguaggio. Per una definizione più corretta e dettagliata si rimanda all’articolo “Cannabis: un po’ di botanica” 

BIBLIOGRAFIA

-Ernest L. Abel, “Marihuana. The first Twelve Thousand Years”, 1980 Springer Science
-Lester Grinspoon, “Marihuana Reconsidered”, 1971, Bantam Books
-M. Verga, “Cannabis: la droga e il farmaco”, C.I.R.S.D.I.G Centro Interuniversitario per le ricerche sulla Sociologia del Diritto e delle Istituzioni Giuridiche
-L.Grinspoon, J.Bakalar, “Marihuana: the forbidden medicine”, 1993 Yale Univ Pr
-Contemporary Crises 7 (1983) 13-38 13, Elsevier Scientific Publishing Company, Amsterdam
-From killer weed to drop-out drug: the changing Ideology of marihuana
Jerome l. Himmelstein
https://www.researchgate.net/publication/30843384_From_Killer_Weed_to_Drop-out_Drug_The_changing_ideology_of_marihuana

L’AUTRICE:

Sonja Bellomi, laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, con PhD in Scienza delle Sostanze Bioattive.

Si occupa di formazione professionale e divulgazione scientifica.

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